Heinrich Päs: il monismo quantistico e l’unità dell’universo

Heinrich Päs: il monismo quantistico e l’unità dell’universo

Noi non siamo spettatori esterni del cosmo, ma onde nella stessa marea.

— Heinrich Päs

Un’unica realtà oltre le apparenze

Da millenni, l’intelligenza umana interroga ciò che si nasconde dietro la trama cangiante del mondo sensibile: la possibilità di un principio unico, una sorgente originaria capace di unificare il molteplice senza cancellarlo, come un respiro comune che attraversa ogni forma.

Che cosa accade se prendiamo sul serio l’antica idea che la realtà sia Una?

A questo interrogativo — semplice nella formulazione ma vertiginoso nelle implicazioni — il fisico teorico Heinrich Päs, docente alla Technische Universität Dortmund ed ex ricercatore al CERN, dedica il suo saggio L’Uno. L’idea antica che contiene il futuro della fisica.

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Viviamo in un tempo di frammentazione crescente. I campi della conoscenza proliferano, ma si isolano in linguaggi specialistici che faticano a dialogare. La specializzazione, un tempo promessa di chiarezza, ha progressivamente interrotto la continuità del pensiero, creando arcipelaghi di sapere incapaci di riconoscersi. Il richiamo a una prospettiva unitaria non è dunque un vezzo teorico né un ritorno nostalgico: è una necessità strutturale, la risposta a un vuoto di senso prodotto dall’eccessiva scomposizione del reale.

La stessa scienza contemporanea — dalla fisica teorica alla biologia dei sistemi complessi — mostra come i modelli lineari e separativi non bastino più a rendere conto della densità relazionale del mondo. Quando osserviamo fenomeni complessi, dalle dinamiche climatiche alle reti neurali, scopriamo che le proprietà emergono dalle relazioni, non dalle parti isolate. È in questo orizzonte che si colloca la proposta di Päs: restituire all’intuizione dell’unità una base teorica rigorosa, traducendola nel linguaggio della fisica quantistica.

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BIO

Heinrich Päs è professore di fisica teorica all’Università TU Dortmund (Germania), specializzato in neutrini e cosmologia. Appassionato di libri e natura, si interessa anche di filosofia e ha scritto per riviste come Aeon, Scientific American, The Daily Beast e Big Think. Ha svolto attività di ricerca come visiting scientist presso il Laboratorio del Gran Sasso, l’ICTP di Trieste, il CERN, Fermilab, l’Aspen Center of Physics e il KITP di Santa Barbara.

La sua ipotesi è tanto audace quanto coerente: l’universo non è una somma di parti, ma un unico stato quantistico indiviso. Ciò che percepiamo come molteplicità — oggetti, identità, eventi, temporalità — non costituisce una frattura ontologica, ma il profilo emergente prodotto dai processi di decoerenza e dalla nostra prospettiva conoscitiva situata. La frammentazione dell’esperienza sensibile non rivela una divisione dell’essere: rivela il modo in cui la coscienza umana si colloca all’interno della totalità, come una lente che rifrange la luce unitaria in uno spettro di colori distinti.

L’obiettivo non è un ritorno mistico a un’unità perduta, ma una ricomposizione speculativa del sapere. Fisica quantistica, filosofia e riflessione sulla coscienza convergono per interrogare una delle intuizioni più antiche del pensiero umano — tutto ciò che esiste è Uno — e restituirle forma concettuale adeguata al nostro tempo.

Le radici filosofiche dell’unità

L’idea dell’Uno non sorge con la scienza moderna: affonda le sue radici nelle grandi tradizioni metafisiche dell’antichità, dove l’unità non era un concetto astratto ma il principio generativo e intelligibile del reale. Per molti pensatori, l’Uno rappresentava sia un principio ontologico — ciò da cui tutto proviene — sia un principio di intelligibilità: la condizione che rende possibile al pensiero di articolarsi e al mondo di apparire come totalità coerente.

Parmenide, nel suo poema filosofico, afferma con forza radicale che l’Essere è unico, immobile, eterno. Al divenire non concede autonomia ontologica: ciò che muta e si trasforma appartiene al regno dell’apparenza, dell’opinione ingannevole. Solo l’Uno è realmente, e il pensiero che lo coglie partecipa della sua stessa natura immutabile. In questo orizzonte, dire “è” equivale a dire “è uno”: essere e unità coincidono.

Secoli dopo, Plotino riprende e approfondisce questa intuizione. L’Uno diventa per lui il principio ineffabile, origine che emana il molteplice — intelligenza, anima, mondo sensibile — senza esaurirsi nel processo. Come una sorgente che trabocca senza diminuire, l’Uno resta intatto nella sua trascendenza mentre dà origine alla cascata dell’essere. La molteplicità non contraddice l’unità: ne è l’espressione graduata, il riverbero che si diffonde senza mai spezzare il legame con la fonte.

Con Spinoza, nel pieno della modernità, questa intuizione si traduce in una costruzione rigorosamente geometrica: un’unica sostanza infinita, identificata con Dio o Natura, di cui tutto ciò che esiste è attributo o modo. Non esistono sostanze separate: esistono solo modificazioni dell’Unica Sostanza. Il mondo non è creato da Dio come qualcosa di esterno: è l’autoespressione necessaria dell’essere infinito. In questi autori, l’Uno è insieme fondamento dell’essere e condizione del pensare: un principio sorgivo che garantisce la coerenza del reale e la possibilità stessa della conoscenza.

Tuttavia, con Cartesio questa unità ontologica viene infranta. La distinzione tra res cogitans e res extensa — mente e materia — inaugura quel paradigma dualistico che segnerà profondamente la scienza moderna. Un paradigma potentissimo nell’approccio analitico e riduzionista, capace di generare straordinari progressi tecnici, ma che ha progressivamente smarrito la dimensione unificante della riflessione metafisica. Il mondo si divide in due sostanze eterogenee, e il pensiero si trova a dover spiegare come possano comunicare realtà così radicalmente diverse.

È proprio questo filo interrotto che Heinrich Päs tenta di riallacciare. La struttura profonda della teoria quantistica — che non descrive entità isolate ma stati globali — custodisce implicitamente una visione unitaria dell’essere. Con strumenti concettuali e matematici moderni, Päs riporta alla luce un’antica intuizione filosofica: la molteplicità non si oppone all’unità, ma la manifesta.

Visioni pionieristiche e rinascita monistica

La proposta di Heinrich Päs si iscrive in una linea speculativa del Novecento che ha cercato di varcare la soglia della rappresentazione frammentaria del reale. Diversi fisici e filosofi hanno intuito che la meccanica quantistica nascondesse implicazioni ben più radicali di quelle comunemente riconosciute.

Erwin Schrödinger, profondamente influenzato dalla filosofia vedantica durante i suoi soggiorni in India, vedeva nella molteplicità fenomenica un velo che nasconde l’unità dell’essere. La sua funzione d’onda non descrive entità separate che poi entrano in relazione: descrive ab initio un’unica totalità coerente. In testi come What Is Life? e My View of the World, Schrödinger sostiene esplicitamente che il numero di menti esistenti è in realtà uno solo: ciò che chiamiamo individualità è una prospettiva parziale di un’unica coscienza cosmica che si manifesta attraverso molteplici centri di esperienza.

What Is Life e My View of the World Schrodinger 1

David Bohm, con la sua teoria dell’”Ordine Implicato”, ha articolato questa intuizione in un sistema teorico complesso. Per Bohm, la realtà osservabile — l’Ordine Esplicato — è solo il dispiegamento superficiale di un ordine più profondo, ripiegato su se stesso, che contiene in forma condensata l’intera struttura del cosmo. Ogni frammento percepito non è un’entità autonoma, ma la proiezione locale di questa struttura globale non manifesta. Come in un ologramma, dove ogni parte contiene l’informazione dell’intero, così ogni porzione dell’universo riflette la totalità implicata.

David Bohm

Paul Dirac, dal canto suo, ha tentato di forgiare un linguaggio matematico unificatore capace di esprimere la trama profonda della materia. La sua equazione relativistica dell’elettrone, che prevedeva l’esistenza dell’antimateria, nasceva dalla ricerca di una simmetria più profonda: un formalismo che unificasse meccanica quantistica e relatività speciale. Questo sforzo anticipava prospettive oggi sviluppate nell’ambito dell’informazione quantistica, dove l’intero universo può essere concepito come un processore quantistico di informazione — una rete dinamica e unitaria di processi informativi.

Queste traiettorie teoriche, pur differenti negli strumenti e negli esiti, convergono su un punto cruciale: la realtà ultima non si lascia ridurre a una somma di elementi discreti. L’universo, nella prospettiva che Päs porta a maturazione, è uno stato quantistico indiviso — una totalità coerente all’interno della quale le strutture fenomeniche emergono come differenziazioni locali di un unico Campo Unificato.

La visione di Heinrich Päs

Per Päs, l’universo è un tessuto unitario descritto da una funzione d’onda universale: un campo quantistico indiviso in cui ogni evento trova la propria origine e coerenza. Ciò che chiamiamo oggetti, identità, spazio-tempo non costituisce la realtà ultima, ma rappresenta configurazioni locali, increspature temporanee di una dimensione ontologica originaria e irriducibile.

Per rendere intuitiva questa visione, Päs ricorre a due immagini complementari che funzionano come modi di orientamento conoscitivo:

Il punto di vista dell’uccello (bird’s eye): uno sguardo dall’alto, cosmico, che abbraccia l’universo come totalità coerente e indivisa. Da questa prospettiva, non esistono separazioni reali: l’intero cosmo appare come un’unica sinfonia, dove ogni nota è già in risonanza con tutte le altre.

Il punto di vista della rana (frog’s eye): lo sguardo incarnato e situato dell’osservatore, immerso nelle dinamiche locali. Da qui, siamo costretti a percepire frammenti, sezioni, prospettive parziali. Vediamo gli alberi, ma non la foresta; afferriamo gli eventi, ma non il movimento che li genera.

È nella seconda condizione che viviamo quotidianamente. La nostra percezione — inscritta in coordinate spazio-temporali limitate, condizionata dai nostri apparati sensoriali e dalle strutture cognitive — non coglie la coerenza globale, ma solo la sua proiezione localizzata. L’unità non è perduta, ma celata dalla nostra posizione epistemica. Come un abitante di Flatland che percepisce solo sezioni bidimensionali di oggetti tridimensionali, noi cogliamo manifestazioni locali di una realtà più vasta e interconnessa.

La molteplicità non ha dunque valore di principio ontologico autonomo: è l’effetto di un punto di vista parziale, una modalità contingente di accesso a una realtà che resta indivisa nella sua struttura fondamentale. Non siamo separati dall’universo che osserviamo: siamo prospettive attraverso cui l’universo si osserva.

Entanglement: la grammatica invisibile del reale

Al centro del monismo quantistico si situa l’entanglement, la trama sottile e non locale che tesse in un’unica architettura ogni frammento del reale. Quando due sistemi quantistici interagiscono — anche per un istante infinitesimale — i loro stati cessano di essere trattabili come entità distinte. Le informazioni che li caratterizzano si intrecciano e si diffondono nell’intero sistema, dando luogo a una configurazione coerente e indivisibile.

Questo fenomeno, verificato sperimentalmente innumerevoli volte, mina alla radice la rappresentazione classica del mondo. Due particelle, una volta correlate, non possiedono più proprietà individuali indipendenti: esistono come parte di un unico disegno relazionale. Se misuriamo lo spin di una particella e scopriamo che punta “verso l’alto”, istantaneamente sappiamo che l’altra — anche se separata da distanze galattiche — mostrerà spin “verso il basso”. Non perché un segnale viaggi tra loro, ma perché non sono mai state realmente separate: appartengono a un unico stato quantistico.

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Einstein chiamava questo fenomeno “azione spettrale a distanza” e lo considerava un’assurdità che, a suo giudizio, rivelava l’incompletezza della meccanica quantistica. Ma gli esperimenti di Alain Aspect negli anni ‘80 e quelli successivi hanno confermato che l’entanglement è reale: la natura è effettivamente non- locale. Le cose non sono semplicemente correlate nello spazio e nel tempo — sono intrinsecamente unificate a un livello più profondo della realtà.

Estendendo questa logica all’intero cosmo, Päs giunge a una tesi di grande portata: l’unità originaria non è il risultato dell’interazione tra le parti, ma la condizione ontologica primaria da cui le parti stesse emergono. Particelle, forme, eventi sono configurazioni locali di una struttura globale che precede ogni differenziazione.

Come in una sinfonia orchestrale, ogni nota non ha significato in sé: acquista senso solo nella totalità armonica dell’insieme. La melodia del violino e il ritmo dei timpani non sono elementi che poi si combinano — sono manifestazioni simultanee di una partitura unica che li comprende e li genera. Così la realtà: non frammentaria ma espressione di un ordine profondo e indiviso.

Decoerenza: la genesi dell’illusione classica

Se l’essere è Uno, perché la nostra esperienza lo manifesta come molteplicità fenomenica? Perché il mondo ci appare fatto di oggetti definiti, separati, stabili nel tempo?

La risposta risiede nella decoerenza quantistica, il meccanismo attraverso cui la coerenza globale si disperde in correlazioni non accessibili, lasciando emergere configurazioni locali apparentemente separate. Quando un sistema quantistico — mettiamo un elettrone — entra in interazione con l’ambiente circostante (aria, luce, altri elettroni), le correlazioni di fase che esprimevano la sua natura ondulatoria indivisa si diluiscono nell’immensa complessità dell’ambiente.

La rete globale delle connessioni si ritrae dalla nostra capacità di osservazione, lasciando affiorare solo forme che appaiono autonome e stabili. È come se l’oceano unitario della realtà quantistica si increspasse in onde apparentemente distinte quando lo osserviamo da vicino, mentre dall’alto resterebbe visibile come un’unica massa d’acqua continua.

Questo processo avviene con una rapidità straordinaria: nell’aria ordinaria, la decoerenza di un atomo singolo richiede meno di un miliardesimo di secondo. Per oggetti macroscopici, il tempo è infinitesimamente più breve. Ecco perché non vediamo tavoli che si comportano come onde quantistiche: la decoerenza li ha già “localizzati” in uno stato definito prima ancora che possiamo aprire gli occhi.

La molteplicità non costituisce dunque un fondamento ontologico, ma un effetto prospettico che nasce dall’interazione situata dell’osservatore con la totalità. Tempo, oggetti e identità sono configurazioni emergenti, proiezioni fenomeniche di un’unica matrice coerente. L’universo non si spezza realmente: è la nostra posizione epistemica a tracciare un taglio, a circoscrivere campi locali all’interno di una struttura indivisa.

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In questo senso, la riflessione di Päs dialoga con quella di Carlo Rovelli: la realtà ultima non è una collezione di cose, ma un tessuto di relazioni. Le cose che percepiamo sono nodi transitori di un intreccio più vasto, manifestazioni fenomeniche di una coerenza che precede e sorregge ogni differenziazione.

L’osservazione e il ruolo della coscienza

Un asse fondamentale della riflessione di Päs riguarda la coscienza e il suo statuto nell’architettura cosmica. Lungi dall’intenderla come principio creatore autonomo — come in certe interpretazioni new age — o come semplice epifenomeno neurobiologico privo di rilevanza causale, Päs la colloca nel cuore stesso del campo quantistico indiviso: una modalità riflessiva dell’universo su se stesso, una piega interna attraverso cui la totalità diviene consapevole del proprio manifestarsi.

La coscienza, in questa prospettiva, non è un’aggiunta contingente alla materia — qualcosa che appare miracolosamente quando la complessità neurale raggiunge una soglia critica — ma una delle forme originarie di espressione dell’essere. Emerge dall’interazione tra sottosistemi complessi (come il cervello umano) e l’ambiente, ma è già inscritta nella struttura profonda dell’Uno, così come la capacità di riflettere la luce è inscritta nell’acqua prima ancora che essa formi uno specchio.

L’osservatore non è dunque un elemento esterno che “registra” fenomeni accaduti indipendentemente da lui: è parte integrante del processo ontologico in cui il mondo si dà come esperienza. L’universo non è solo osservato, ma si osserva attraverso di noi. L’atto conoscitivo diventa così un movimento riflessivo della totalità, un punto in cui la struttura indivisa si piega e si riconosce.

L’universo non è solo osservato, ma si osserva attraverso di noi. L’atto conoscitivo diventa così un movimento riflessivo della totalità, un punto in cui la struttura indivisa si piega e si riconosce.

In questa stessa direzione si colloca anche la riflessione contemporanea di Federico Faggin, che interpreta la coscienza non come un prodotto della complessità fisica, ma come principio irriducibile, origine e dimensione fondante dell’esperienza. La sua posizione si inserisce idealmente nel solco aperto dalla fisica quantistica, ma lo estende oltre i confini dell’interpretazione puramente matematica, interrogando la natura stessa della soggettività e dell’essere.

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Questa intuizione ha radici profonde nella storia della meccanica quantistica. Fin dagli albori, la figura dell’osservatore ha attraversato il dibattito teorico in modo decisivo. Niels Bohr affermava che l’osservatore non può essere escluso dal quadro descrittivo della realtà: separare nettamente soggetto e oggetto è impossibile a livello quantistico. John von Neumann collocava la coscienza come punto terminale della catena di misura: la funzione d’onda collassa non per un processo fisico, ma per l’intervento della coscienza che prende atto del risultato. Eugene Wigner ipotizzava addirittura che l’osservatore cosciente fosse un elemento costitutivo della realtà fisica, non un suo accessorio.

Heinrich Päs rilegge criticamente questa tradizione. Sottrae la coscienza tanto a interpretazioni mistiche (che la vedrebbero creare magicamente la realtà) quanto a letture psicologiche riduzionistiche (che la dissolverebbero in pura illusione o computazione), affermandone il ruolo strutturale nell’emergenza del mondo classico. La coscienza è il luogo in cui la coerenza globale si traduce in forma fenomenica, dove l’unità invisibile si articola in figure percettive e strutture esperibili.

Non è né soggetto separato né semplice testimone: è la soglia epistemica e ontologica in cui il reale si manifesta a se stesso. Come uno specchio che non crea le immagini ma le rende visibili, la coscienza non produce la realtà ma la porta alla presenza, conferendole quella dimensione di esperienza vissuta senza la quale parlare di “mondo” sarebbe privo di senso.

In dialogo con le tradizioni sapienziali

La proposta monistica di Päs non è un corpo estraneo al pensiero spirituale: si inscrive, per consonanza di strutture speculative, in una costellazione di tradizioni che hanno tematizzato l’unità originaria come principio generativo. Si tratta di risonanze profonde, non di sovrapposizioni dottrinali. Ciò che accomuna queste prospettive è la tensione a pensare la totalità non come somma di parti, ma come campo indiviso da cui le differenze scaturiscono.

Nel Neoplatonismo, l’Uno è principio superessenziale, oltre l’essere e il pensiero. Plotino lo descrive come l’origine che non si consuma nella propria emanazione: dall’Uno procede l’Intelligenza (Nous), da questa l’Anima, dall’Anima il mondo sensibile. Ma questa processione non è creazione nel tempo: è generazione eterna, come la luce che emana dal sole senza che il sole perda qualcosa di sé. La molteplicità non nega l’unità: ne è la gradazione fenomenica, il riflesso sfumato di una sorgente che resta intatta. L’alterità non è scissione ma modulazione interna: ogni livello dell’essere mantiene una traccia dell’origine e può, attraverso la contemplazione, risalire verso di essa.

Nell’Advaita Vedānta, l’identità tra Ātman (il sé individuale) e Brahman (l’Assoluto) dissolve la frontiera tra soggetto e mondo. La celebre formula tat tvam asi — “tu sei quello” — afferma l’unità essenziale di ogni coscienza con la totalità. La coscienza individuale è un’onda che appartiene ontologicamente all’oceano assoluto: può sembrare separata in superficie, ma condivide la stessa sostanza dell’intero. La non-dualità (advaita) non sopprime la forma, la trascende ricollocandola: ciò che appare come separazione è un gioco prospettico (māyā), non un abisso ontologico. La liberazione (mokṣa) consiste nel riconoscere questa verità sempre già presente, nel lasciare cadere l’illusione dell’io separato per scoprire la propria identità con il Tutto.

Nel Taoismo, il Dào non è un ente né un principio esterno, ma la via originaria da cui il cosmo si dispiega. Il Dàodéjīng si apre affermando che “il Tao di cui si può parlare non è l’eterno Tao”: l’origine ultima sfugge alla presa del linguaggio e del pensiero concettuale. Eppure il Tao si manifesta nel ritmo incessante delle trasformazioni, nel movimento in cui le polarità di yīn e yáng si generano reciprocamente.

Queste polarità non si oppongono come nemici, ma si alternano come fasi di un unico respiro: la notte prepara il giorno, l’inverno prepara la primavera, la contrazione prepara l’espansione. La pluralità è qui ritmo, alternanza, respiro dell’Uno. La saggezza consiste nel seguire questo movimento naturale (zìrán), nel lasciare che le cose siano senza forzarle (wúwéi).

Queste mappe sapienziali rivelano una famiglia di strutture simboliche e ontologiche affini: l’unità come principio che non annulla ma rende possibile e intelligibile il molteplice. Esse non offrono spiegazioni fisiche, ma orizzonti di senso entro cui la questione dell’Uno può essere pensata come esperienza vissuta, non solo come teoria astratta.

Sul versante contemporaneo, la riflessione di Ervin Laszlo sul “campo informazionale unificato” propone un linguaggio intermedio, capace di connettere intuizioni sapienziali e formalismi scientifici. Laszlo ipotizza l’esistenza di un campo che conserva e trasmette informazione al di là delle interazioni fisiche convenzionali — un “Campo Akashico” che farebbe da substrato alla memoria cosmica. La coerenza globale e le correlazioni non localizzate (entanglement) di cui parla Päs trovano in questa prospettiva un terreno concettuale fertile: non per deduzione diretta, ma per risonanza strutturale. La decoerenza può essere intesa come processo attraverso cui l’unità si articola in forme fenomeniche stabili, senza cessare di soggiacere a esse come principio invisibile.

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In questa convergenza, scienza dei fondamenti e tradizioni sapienziali non si confondono né si riducono l’una all’altra: delineano un campo condiviso di domande radicali — sull’origine, sull’unità, sulla natura della differenza — in cui conoscenza moderna e sapienza antica coesistono in dialogo reciproco e polifonico.

Ritornare all’Uno primigenio

Il monismo quantistico non va inteso soltanto come un’ipotesi cosmologica tra le altre: rappresenta una possibile svolta epistemica, capace di riconfigurare in profondità il nostro modo di pensare l’universo e la nostra posizione al suo interno. Esso suggerisce di oltrepassare la logica frammentaria che ha dominato la modernità scientifica — utile e potente per l’analisi, ma insufficiente per la comprensione — per accedere a una visione del reale come campo coerente e indiviso.

In questo orizzonte, la differenza non si oppone al Tutto: ne è la cifra espressiva, la piega attraverso cui l’Uno si lascia intravedere in forme mutevoli, senza mai esaurirsi in esse. Come un prisma che rifrange la luce bianca in uno spettro di colori, la decoerenza e la coscienza rifrangono l’unità indivisa in molteplicità fenomenica — ma la luce resta una, anche quando si manifesta in tutte le sfumature dell’arcobaleno.

L’unità non è un punto di arrivo né un’astrazione metafisica che galleggia sopra la realtà: è la struttura profonda che sottende, sostiene e attraversa ogni manifestazione, come il silenzio che rende possibile la musica o lo spazio che permette al movimento di accadere. Non è qualcosa che dobbiamo raggiungere o conquistare: è ciò che siamo già, anche quando non lo riconosciamo.

Non si tratta di un ritorno nostalgico a visioni originarie, ma dell’apertura di un nuovo spazio speculativo. Uno spazio in cui scienza, filosofia e ricerca spirituale possono articolare un linguaggio condiviso, capace di pensare la totalità senza ridurla, di connettere senza confondere, di accogliere la complessità senza frammentarla. Un linguaggio che riconosca i limiti del sapere specialistico senza rinunciare al rigore, che onori il mistero senza cedere all’irrazionalismo.

Ritornare all’Uno significa attraversare consapevolmente la pluralità per riconoscere la profondità unificante che la rende possibile. Significa scoprire che non siamo isole separate in un oceano indifferente, ma onde di quell’oceano stesso: forme temporanee attraverso cui il cosmo si conosce e si esperisce.

Significa abbracciare una visione in cui la differenza e l’unità si coappartengono, dove il particolare e l’universale si illuminano a vicenda, dove la scienza e la sapienza possono finalmente tornare a dialogare — non per confondersi, ma per ricordarsi a vicenda ciò che, da sole, rischiano di dimenticare.

Riferimenti bibliografici

Heinrich Päs, L’Uno. L’idea antica che contiene il futuro della fisica, Bollati Boringhieri, Torino, 2024.

Carlo Rovelli, Helgoland, Adelphi, Milano, 2020.

Federico Faggin, Irriducibile, Mondadori, Milano, 2023.

Erwin Schrödinger, What Is Life? & My View of the World, Cambridge University Press.

David Bohm, Wholeness and the Implicate Order, Routledge, 1980.

Ervin Laszlo, Science and the Akashic Field, Inner Traditions, 2004.

Eugene Wigner, Remarks on the Mind-Body Question, in Symmetries and Reflections, 1967.

John von Neumann, Mathematical Foundations of Quantum Mechanics, Princeton University Press, 1955.

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