Non sono mai “io” che decido il “mio” desiderio, ma è il desiderio che decide di me, che mi ustiona, mi sconvolge, mi rapisce, mi entusiasma, mi inquieta, mi anima, mi strazia, mi potenzia, mi porta via.
— Massimo Recalcati
In La legge del desiderio (2024), Massimo Recalcati sviluppa una tesi che mette in discussione uno degli assiomi fondamentali della cultura moderna. Psicoanalista lacaniano tra i più noti in Italia, Recalcati rilegge Freud con originalità e propone un rovesciamento radicale: il rapporto tra legge e desiderio non è quello di una contrapposizione inevitabile. La sua analisi si muove attraverso la tradizione psicoanalitica classica, da Freud alle elaborazioni lacaniane, ma si apre anche al confronto con la filosofia (Hegel, Kierkegaard, Lévinas) e con la riflessione etica contemporanea. Al centro c’è la critica a un pregiudizio radicato: l’idea che la norma reprima fatalmente l’aspirazione vitale, che la legge soffochi il desiderio nel momento stesso in cui lo incontra.
La tesi di Recalcati è provocatoria e ha implicazioni profonde sia sul piano teorico che clinico. La Legge non si oppone al desiderio: ne costituisce invece la struttura portante, il fondamento che lo rende possibile. Questo ribaltamento dialettico ridefinisce categorie consolidate nella psicoanalisi e apre prospettive nuove per affrontare le forme di disagio contemporaneo. Viviamo in un’epoca segnata dalla dissoluzione dei limiti simbolici e dall’imperativo tirannico del godimento illimitato: proprio qui l’etica del soggetto che Recalcati propone trova la sua urgenza.
Al centro della riflessione di Recalcati – come asse portante che attraversa l’intera architettura del libro – pulsa una provocazione teorica di straordinaria portata: la Legge, nella sua accezione autentica e non repressiva, non è nemica del desiderio ma ne costituisce il fondamento più radicale, la condizione strutturale senza la quale il desiderio stesso collasserebbe nell’indifferenziato della pulsione o si disperderebbe nell’arbitrio del capriccio. Questa tesi demolisce un luogo comune profondamente radicato – come un pregiudizio che attraversa l’intera modernità – tanto nella cultura popolare (che esalta la trasgressione come liberazione) quanto in certe letture riduttive della psicoanalisi: l’opposizione irriducibile, quasi manichea, tra norma e desiderio, tra dovere morale e aspirazione vitale, tra il principio di realtà che ordina e il principio di piacere che incalza.
Secondo la vulgata tradizionale – eredità di un illuminismo mal compreso e di una modernità che ha confuso l’emancipazione con l’abolizione di ogni limite –, la Legge si configura essenzialmente, quasi esclusivamente, come forza repressiva: prescrive comportamenti secondo norme universali astratte, circoscrive spazi di azione attraverso divieti che delimitano il lecito dall’illecito, moltiplica interdetti e sanziona trasgressioni con la severità di un padre arcaico che incute timore. Il desiderio, all’opposto – in questa visione dualistica che oppone natura e cultura, spontaneità e norma –, appare come energia pulsionale indomabile, movimento originario che tende verso l’oggetto perduto (Das Ding freudiano), principio vitale che resiste, per sua stessa natura, a ogni contenimento normativo imposto dall’esterno.
In Freud – che pure ha inaugurato lo spazio teorico entro cui Recalcati si muove –, questa tensione dialettica si cristallizza nella celebre opposizione tra Es e Super-io, tra la pulsione anarchica che ignora la contraddizione e obbedisce solo al principio di piacere, e l’istanza morale censoria che, introiettando il divieto paterno, la domina con la violenza del senso di colpa. Lacan, in un gesto teorico di straordinaria acutezza, la riarticola attraverso il concetto cardine di “desiderio dell’Altro” (désir de l’Autre) – formula polisemica che indica tanto il desiderio che viene dall’Altro quanto il desiderio rivolto all’Altro –, configurandolo come un’impresa infinita che abita l’inconscio strutturato come linguaggio, in perpetua sospensione tra la mancanza costitutiva (manque-à-être) e la domanda che non può mai essere pienamente soddisfatta.
Recalcati compie qui un movimento teorico decisivo – che costituisce il cuore pulsante del suo libro e che richiede, per essere pienamente compreso, una sospensione delle categorie abituali del pensiero –: la Legge autentica, quella che egli distingue nettamente dalla legge repressiva del Super-io nevrotico, non contrasta il desiderio dall’esterno come un argine che ne frena e frustra il movimento verso l’oggetto, ma ne costituisce piuttosto il nucleo profondo, l’ossatura simbolica – potremmo dire, con Heidegger, la “struttura dell’esserci” – entro cui il desiderio può abitare la propria verità senza smarrirsi nell’arbitrio immediato dell’impulso o nella fascinazione mortifera del godimento (jouissance) fine a se stesso. Senza la Legge che lo orienta simbolicamente, che gli conferisce direzione e senso, il desiderio rischia inevitabilmente di degenerare: in mero capriccio dell’io immaginario, in rivendicazione narcisistica che esige soddisfazione immediata, in pulsione cieca e autodistruttiva che consuma il soggetto invece di costituirlo nella sua singolarità.
Qui Recalcati opera quella che possiamo legittimamente definire una “rivoluzione copernicana” nel campo psicoanalitico – rivoluzione che, come quella kantiana nella filosofia, sposta radicalmente il centro di gravità del pensiero –: il desiderio cessa di essere concepito come forza oscura da contenere attraverso la repressione o da liberare attraverso la trasgressione, per rivelarsi invece come Chiamata vocazionale, come la Legge stessa che abita il cuore del soggetto e lo convoca – secondo una logica che richiama l’appello (Ruf) heideggeriano – alla realizzazione della propria singolarità irripetibile. Il desiderio autentico, in questa prospettiva che oltrepassa tanto il moralismo repressivo quanto il permissivismo libertario, non è né arbitrio soggettivo né capriccio egoico, ma fedeltà rigorosa a ciò che ci costituisce nel profondo, risposta responsabile (Verantwortung) alla vocazione che ci interpella dal fondo della nostra esistenza.
La Legge autentica – quella che Recalcati, in una distinzione concettuale di capitale importanza, separa nettamente dalla legge repressiva del Super-io freudiano, quella legge sadica che accusa e punisce –, si manifesta come voce interiore che chiama ciascuno a diventare ciò che è (formula che echeggia il celebre “diventa ciò che sei” di Pindaro, riletto da Nietzsche), a portare a frutto i talenti ricevuti secondo la misura unica della propria singolarità, a realizzare pienamente quella possibilità di esistenza che ci è stata affidata e che costituisce la nostra responsabilità più propria. Non è comando che proviene dall’esterno – dalla società, dalla morale convenzionale, dall’autorità paterna –, ma parola che risveglia il soggetto alla verità del proprio desiderio più autentico, alla responsabilità etica e ontologica della propria unicità che non può essere delegata ad altri.
Per illuminare questa concezione – che intreccia psicoanalisi, filosofia e spiritualità senza confonderle –, Recalcati convoca l’insegnamento evangelico, non come dottrina religiosa da accettare per fede né come morale da osservare per dovere, ma come paradigma esistenziale della realizzazione umana, come narrazione che porta alla luce la struttura stessa del desiderio quando questo si libera dalle catene dell’angoscia e della paura. La celebre parabola dei talenti – che Recalcati legge con straordinaria acutezza ermeneutica – diventa qui emblematica, si fa cifra di un’intera concezione antropologica: il servo che sotterra il talento ricevuto, che lo nasconde nella terra per paura di perderlo, tradisce non solo il padrone che gliel’ha affidato, ma soprattutto se stesso, la propria vocazione più intima, il compito etico di far fruttificare il dono che lo costituisce nella sua singolarità e che esige di essere portato a compimento.
Il comandamento evangelico, riletto attraverso questa lente psicoanalitica che ne rivela la profondità antropologica, non ordina la rinuncia ascetica al desiderio – come una certa tradizione moralistica ha preteso –, ma esige esattamente il contrario: portare a compimento la propria vocazione, far fruttificare con coraggio i propri talenti senza lasciarsi paralizzare dalla paura o dalla viltà, realizzare pienamente quella singolarità che ci distingue e che rappresenta, secondo la logica evangelica, il nostro contributo unico all’economia della salvezza collettiva. La formula paolina secondo cui “ciascuno ha ricevuto il proprio carisma” (charisma) – dono gratuito che è insieme privilegio e responsabilità – risuona qui con particolare evidenza.
Il messaggio del Vangelo, riletto attraverso questa lente che fonde insieme Freud, Lacan e la tradizione spirituale cristiana, invita a vivere il desiderio come missione esistenziale: non reprimerlo per timore delle conseguenze, non soffocarlo per una prudenza che maschera in realtà la viltà (deilía), ma coltivarlo con coraggio e pazienza – virtù che i Greci chiamavano makrothymía – affinché generi frutti di vita autentica, opere che trascendano la finitezza individuale. “Desiderate bene”, sembra dire Recalcati echeggiando insieme Agostino (“ama e fa’ ciò che vuoi”) e la tradizione evangelica: portate a compimento il vostro desiderio autentico, siate fedeli alla Chiamata che vi costituisce dal di dentro, realizzate i talenti che vi sono stati affidati come dono gratuito e come compito ineludibile.
Il Desiderio si rivela così – in questa svolta teorica che ridefinisce l’intera topica psicoanalitica – come Legge della vocazione personale: forza generativa che chiama il soggetto a trascendere se stesso (secondo il movimento dell’ek-stasis, dell’uscita da sé) rimanendo paradossalmente fedele a se stesso, ad aprirsi costitutivamente all’alterità senza tradire la propria singolarità, a realizzarsi pienamente attraverso il riconoscimento paziente e la coltivazione quotidiana dei propri doni.
Il precetto evangelico dell’amore (agápe) – che non è sentimento ma decisione etica, non emozione ma orientamento dell’esistenza – nomina, in questa ottica che trascende il moralismo, il desiderio nella sua forma più alta e compiuta. Si tratta della realizzazione di sé attraverso l’apertura costitutiva all’altro, non come aggiunta estrinseca ma come struttura ontologica che ci definisce. Si tratta del compimento della propria vocazione vissuto come servizio generativo che feconda il mondo. Si tratta, infine, della fedeltà ai propri talenti assunta come responsabilità etica fondamentale e ineludibile.
La Chiamata del desiderio esige dunque – secondo una logica che intreccia l’imperativo kantiano e la responsabilità levinasiana – una risposta responsabile: assumere fino in fondo, senza riserve né alibi, il compito della propria realizzazione. Non per chiusura narcisistica nell’immagine speculare di sé, ma per aderenza alla Legge che ci abita e insieme ci trascende. Non per affermazione egoica che esclude l’altro e si erge contro il mondo, ma per generare frutti che oltrepassino la nostra finitudine e permangano oltre il nostro transito.
È questa, per Recalcati, l’essenza dell’etica psicoanalitica – che egli riconnette esplicitamente all’etica del desiderio lacaniana – e dell’insegnamento evangelico riletto alla luce della psicoanalisi: realizzare se stessi non contro la Legge né malgrado la Legge, ma precisamente come compimento della Legge del desiderio che ci costituisce e che attende, paziente e implacabile, la nostra risposta.

