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Rainer Maria Rilke: la Necessità dell’opera buona

Rainer Maria Rilke: la Necessità dell’opera buona

Ah, della terra chi conosce le perdite? Solo chi tuttavia col canto esalti il cuore nato a vivere nel Tutto.

Rainer Maria Rilke

“Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere?”

Con questo interrogativo il giovane poeta Rainer Maria Rilke, autore inquieto e perennemente in viaggio, nell’inverno del 1903 da Parigi rispondeva a un aspirante scrittore che gli chiedeva consigli sulla qualità dei propri scritti. Il senso del suo vivere poetico dimorava infatti nel principio, semplice e severo, che “un’opera d’arte è buona quando è figlia della necessità”.

In questa sorta di interiore Chiamata alla poesia egli ritrova e conduce a un unico disegno la filigrana incessante che diede voce alla sua vasta e diversificata produzione poetica, dagli anni giovanili del Libro d’ore e del Libro delle immagini fino alla produzione più matura delle Elegie duinesi e de I Sonetti a Orfeo. Come la terribile dea greca Ananke, che in sé raccoglieva le forze invincibili della necessità inevitabile, fu questa interiore Necessità a restituire ordine e direzione a una poesia sfaccettata nei sensi e caleidoscopica nelle immagini, a riportare l’apollineo nel dionisiaco della creazione e della sua vita spesso inquieta.

Non a caso la dea greca della Necessità era figura presente nei culti misterici legati ad Orfeo, figura cardine nella poetica di Rilke (ricordiamo appunto I Sonetti a Orfeo) ed elemento di fusione tra l’apollineo e il dionisiaco, là dove l’equilibrio e l’armonia si fondono nel divino disequilibrio che porta alla creazione. Impossibile non cogliere il profondo eco del pensiero di Nietzsche, che qualche decennio prima aveva identificato nella tragedia greca il punto di equilibrio tra i due differenti impulsi, apollineo e dionisiaco.

E dionisiaco è l’interesse di Rilke nella natura, nel suo movimento circolare e inesauribile che a tratti esclude e a tratti comprende l’uomo, creatura finita, nella sua incessante metamorfosi vitale. Dioniso, si sa, è dio di rinascite e trasformazioni, ed è questa essenza di continuità che il poeta intrappola nei numerosi versi dedicati all’autunno, momento di passaggio della natura dalla vita a un’apparente morte.

Da qualche tempo vedo come tutto si trasforma. Qualcosa si alza e agisce e uccide e fa male.

Nella poesia Autunno l’autore rilegge invece con maggiore dolcezza la presenza dell’essere umano come parte del mondo, delineando una figura, un Qualcuno, non più chiamato ripetutamente Signore come nel precedente Il libro d’ore, ma che raccoglie in sé tutto ciò che sprofonda:

Le foglie cadono da lontano, quasi giardini remoti sfiorissero nei cieli; con un gesto che nega cadono le foglie.

Ed ogni notte pesante la terra cade dagli astri nella solitudine.

Tutti cadiamo. Cade questa mano, e così ogni altra mano che tu vedi.

Ma tutte queste cose che cadono, Qualcuno con dolcezza infinita le tiene nella mano.

Ancora più forza acquisisce il tema della metamorfosi, di ovidiana memoria, nella più matura raccolta I sonetti di Orfeo; nel XII l’autore si rivolge direttamente al lettore con un invito quasi imperativo:

Ama la mutazione. T’entusiasmi la fiamma in cui ti sfugge la cosa fervida di metamorfosi

La metamorfosi diventa sinonimo di salvezza, di continuità dell’esistenza come fonte che sgorga nella Conoscenza, dove “l’inizio è una fine, spesso, e la fine inizio”. È una riappacificazione dell’Io nel tutto, unica felicità possibile, là dove anche Dafne, la celebre ninfa mutata in alloro per sfuggire alle mire di Apollo, invita a trasformarsi in vento, forza invisibile che muove il creato.

Al contrario invece, chi rimane “fisso, è ormai irrigidito”, si crede al sicuro mentre già è sull’orlo del nulla.

A quest’inno alla metamorfosi Rilke affida forse la speranza che la morte non sia vera fine, ma estremo mutamento. Come Orfeo non accetta la morte dell’amata Euridice (citata non a caso nel sonetto XIII), così il vero poeta non può accogliere il pensiero dell’annichilimento dell’anima, e come il mitico cantore egli utilizza lo strumento poetico per smuovere le porte degli Inferi e riscattare ciò che non accetta di perdere.

Questa inquietudine nei confronti del destino umano, del suo consumarsi e dissolversi, trova profonda voce nelle Elegie duinesi, dove il richiamo al genere elegiaco già ci riporta a una dimensione di malinconia. E mentre Rilke esalta la fortuna incorruttibile degli angeli, “opera prima felice”, ricorda poi la nostra umana destinazione:

Poiché noi sentendo svaniamo; ah, noi esaliamo fino ad estinguerci: un legno che di ardore in ardore dà sempre più tenue profumo

Unica risposta, per Rilke, e unico modo di abitare il mondo rimane l’assenso alla vita e alla morte come ciclo naturale della Terra, la volontà di farne parte, l’accettazione del non sapere che diventa chiave di vera Conoscenza e di trasformazione. Nella X elegia infatti egli immagina che siano i morti stessi a ricordarci che è presunzione il nostro credere, che è bene lasciare “che tutto ti accada, bellezza e terrore”, perché, forse,

Noi che la felicità la pensiamo in ascesa sentiremmo la commozione, che quasi ci atterra sgomenti, per una cosa felice che cade.

Riferimenti bibliografici

R.M. Rilke, Poesie; RCS Quotidiani S.p.A., Milano, 2004. R.M. Rilke, Lettere a un giovane poeta; Mondadori, Milano, 1994.

Giuliano Baioni e Serena Bellinello (a cura di), RILKE, Vita, poetica, opere scelte; Il Sole 24 ORE S. p. A., Milano, 2008.

F. Nietzsche, La nascita della tragedia; Adelphi, 1978.

Maria Grazia Ciani e Andrea Rodighiero (a cura di), Orfeo. Variazioni sul mito, Venezia, Marsilio, 2004.

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