Finché c’è il desiderio c’è la vita. Il desiderio allunga la vita. Nella misura in cui il desiderio ci attraversa, dilata l’orizzonte della nostra vita. E quando qualcuno rinuncia ad ascoltare la chiamata del proprio desiderio, la vita si ammala.
Massimo Recalcati
Il tramonto del desiderio: questo è il nome con cui Massimo Recalcati definisce la crisi – dei valori, delle certezze, della visione del mondo e della tradizione del pensiero – in cui è coinvolta la società contemporanea. Per lo psicanalista si tratta di una vera e propria nuova malattia che permea tutto l’Occidente, i cui sintomi sono il trionfo del narcisimo e la centralità assoluta dell’Io. Ma quale Io è posto al centro? Nel mutamento dello scenario mondiale, tra la rapida labilità delle relazioni e la logica imperante del consumismo, a mutare è di fatti anche lo stesso Io.
L’uomo protagonista di questo tempo è un uomo spersonalizzato, ridotto a mera macchina e ormai privo di quei tratti che determinano la sua unicità e la sua incommensurabile distinzione dalla massa. Rispetto a quella massa, l’uomo si adatta ma paradossalmente non la sente adatta a sé: non è uno in mezzo a tanti, si sente egli stesso tanti senza essere più uno. L’individualismo narcisistico è accompagnato per converso dalla dissoluzione del senso comunitario, delle grandi narrazioni collettive e dell’adesione sincera ai grandi ideali che si ponevano oltre il singolo.
L’uomo – reso pura monade “senza porte né finestre”, per usare l’espressione leibniziana – è unito agli altri uomini solo attraverso i cosiddetti legami deboli, mentre manca un reale punto di incontro, uno scopo comune e una comunicazione produttiva e fondante. Così, se nella società pre-consumistica l’uomo poteva sentirsi partecipante, adesso si sente solo sterilmente una parte – uguale alle altre e facilmente sostituibile. Adattandosi alle leggi del capitalismo e del consumismo compulsivo, e alla necessità di dover volere sempre più, l’uomo rinuncia quasi senza rendersene conto alla propria profondità più autentica, privando se stesso duplicemente di spazio e tempo per l’Anima.
Si realizza, in questo modo, quello che Recalcati definisce “l’uomo senza inconscio” in quanto sopprime tutte quelle tensioni necessarie che Freud attribuiva a questa istanza: le pulsioni, gli istinti, e soprattutto i desideri. Con l’inconscio viene meno tutto ciò che è più propriamente personale, perché l’inconscio è sempre stata la dimensione di incontro con la discontinuità e con la verità interiore, che riuscivano a controbilanciare e a smascherare il dominio della pura quantità numerica, della serialità e della standardizzazione imposti dal di fuori.
Il desiderio, nella sua specificità, “non va confuso con il capriccio. Uno dei grandi errori dell’ipermodernità è pensare al desiderio come fare ciò che si vuole”. Il desiderio – come volere qualcosa e proiettarsi verso il suo raggiungimento – è, infatti, quanto più si oppone al consumismo, all’iperedonismo e al godimento continuo, in quanto il godimento è immediato, subito disponibile, e proprio per questo non genera mai soddisfazione. Il desiderio significa volere qualcosa di specifico con tutte le proprie forze; il godimento è invece volere un generico e impossibile tutto – il che si traduce drammaticamente nel non volere in realtà niente. Godere senza che alla base ci sia un desiderio non soltanto assume la valenza di appropriazione e sfruttamento, ma in maniera più grave genera nel soggetto unicamente noia, vanità e frustrazione, finendo per avere un esito ineluttabilmente distruttivo.
Se il tramonto del desiderio è la malattia, la cura non potrà che essere il suo recupero. Solo il desiderio, come spinta verso un godimento incerto e non prossimo, riesce a essere produttivo: reca con sé la speranza, la possibilità, la proiezione verso il futuro, oltre alla capacità dell’impegno, della responsabilità, del lavoro consapevole e dell’attesa. L’uomo che recupera i desideri è un uomo che recupera anche il proprio inconscio e che supera quell’angoscia che lo incatena, pur nell’illusoria forma di una libertà illimitata. Sorprendentemente, nello scenario critico del mondo contemporaneo, non soltanto riscoprire il desiderio è possibile, ma il mezzo per farlo riemergere è proprio il mare sconfinato della crisi: “la nascita è un evento che si produce nel punto massimo della crisi. La luce si produce nel punto più oscuro della notte”.
Si è visto come il godimento vano è sempre destinato a generare nell’uomo angoscia e smarrimento, ma è in quest’angoscia – nel poter avere tutto e scoprire di non volere nulla – che si origina quella sorpresa e quello sgomento che spingono a riconsiderare se stessi, a interrogarsi, in definitiva a ricercarsi. Il meccanismo paradossale che si mette in moto è, pertanto, quello di dover sperimentare la più cupa angoscia per poter ritornare finalmente al Sé completo, per potersi riappropriare dell’inconscio e tornare a riattivare la sfera più interiore del desiderio. È proprio in questa trasmutazione che si ricava la soluzione per uscire dal circolo vizioso di vuota libertà, godimento illimitato e sofferenza.
“Che vuol dire ripartire, ricominciare? Vuol dire trasformare il dolore, la sofferenza, i sintomi, la vita che cade, la vita che si perde, la vita che si smarrisce, il buio della notte – trasformare tutto questo in una possibilità, in una nuova chance: la possibilità di ricominciare”.
Avvertire la mancanza di qualcosa è, allora, il punto di partenza del viaggio iniziatico verso noi stessi perché volersi conoscere corrisponde già ad una prima scintilla di desiderio – un desiderio che è in sé quello primordiale, il più elevato e il più imprescindibile. “L’ignoranza non conosce la crisi, l’ignoranza è il contrario della crisi”: la crisi, che significa mettere in discussione le fragili certezze e confrontarsi a viso aperto con il nichilismo e con l’angoscia di esistere, lungi dall’essere l’elemento negativo, è al contrario il primo passo per il ritorno al Sé. Soltanto percepire il peso schiacciante del proprio vuoto può permetterci di sprigionare la forza interiore; soltanto davanti al crollo definitivo possiamo ricostruire.
La Chiamata dell’Anima – che ha il carattere del desiderio – si può udire solo se tutti gli altri rumori si ovattano, solo se si sperimenta quel niente che tanto temiamo: è infatti qui che si rivela pienamente il valore della crisi e la necessità del coraggio di affrontarla. È importante, una volta di più, percepire la crisi come modalità di svelamento, come occasione per riscoprire il desiderio di vivere e riconquistare quell’inconscio di cui siamo stati privati. Senza crisi non può esserci rinascita, senza crisi non può davvero avvenire la Chiamata.
Riferimenti bibliografici
M. Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica, Milano, Raffaello Cortina, 2010.
M. Recalcati, Ritratti del desiderio, Milano, Raffaello Cortina, 2012.
M. Recalcati, La forza del desiderio, Magnano, Edizioni Qiqajon, 2014.
M. Recalcati, “Nella crisi, la nascita”, https://www.youtube.com/watch?v=dImsFObEJg4



