Talvolta accade che un’epoca intera si raccolga attorno a un silenzio: quello lasciato dal venir meno di ciò che, fino ad allora, era stato considerato fondamento. È in questo vuoto — che non è assenza ma spazio di domanda, lacerazione generativa — che si iscrive l’opera di Lucio Cortella, La filosofia contemporanea. Dal paradigma soggettivista a quello linguistico (Laterza, 2020). Non si tratta di un manuale né di una semplice esposizione storica, ma di un tentativo meditato e profondo di interrogare la trasformazione ontologica e gnoseologica che segna il pensiero tra l’Ottocento e il Novecento: quella in cui il soggetto smette di essere il centro stabile dell’esperienza, e il linguaggio prende il posto del fondamento.
L’opera non nasce da una posizione esterna alla crisi della modernità, ma la abita dall’interno, come chi — tra le rovine dell’antica metafisica — non cerca una nuova architettura, ma ascolta ciò che resta: frammenti di senso, parole in attesa, forme che ancora pensano. Cortella non cerca di chiudere, ma di esporre, con lucidità speculativa e apertura spirituale, il cammino accidentato attraverso cui la filosofia del Novecento si è misurata con la propria origine ferita.
Nel lungo arco che va da Cartesio a Hegel, la filosofia moderna aveva costruito l’edificio del sapere su un presupposto fondamentale: la centralità del soggetto. Il soggetto era il luogo dell’evidenza, la fonte della verità, il principio organizzatore dell’esperienza. Ma il Novecento — come mostra con precisione Cortella — è il secolo in cui quella centralità si incrina. Non in modo improvviso, ma attraverso una serie di slittamenti progressivi che rivelano la fragilità dell’impianto moderno. Il pensiero contemporaneo non distrugge il soggetto, ma ne mostra la storicità, la porosità, l’incompletezza. E in questa trasformazione prende forma una nuova figura dell’umano: non più centro, ma apertura; non più fondamento, ma relazione; non più sovrano, ma ospite del linguaggio.
Nel linguaggio, infatti, Cortella individua il luogo in cui il pensiero si ricolloca, dopo il tramonto delle certezze metafisiche. Il linguaggio non è più solo uno strumento, né un semplice codice: è lo spazio in cui l’essere si lascia intravedere, la soglia fragile in cui la realtà si fa accessibile, dicibile, condivisibile. La filosofia, allora, non si riduce a un esercizio di definizione, ma diventa pratica di ascolto, apertura dialogica, interrogazione permanente. Si trasforma in ciò che sempre avrebbe dovuto essere: una via di trasformazione del sé nel contatto vivo con il pensiero dell’altro.
Lucio Cortella — professore ordinario di Storia della filosofia presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e presidente della Società Italiana di Teoria Critica — percorre da anni questo tracciato con rigore e sensibilità. Le sue opere precedenti, Dopo il sapere assoluto, Autocritica del moderno e L’etica della democrazia, hanno già messo in luce l’urgenza di ripensare la razionalità a partire dalle sue aporie. Ma è con questo volume che la sua riflessione assume una forma complessiva, che non è sistematica ma sapienziale: non un sapere chiuso, ma un pensare che resta in cammino.
Il libro si sviluppa in sette passaggi, ciascuno dei quali corrisponde a un movimento decisivo nella trasformazione della filosofia contemporanea. Si parte con la crisi dell’idealismo: Hegel non viene rigettato, ma attraversato nella sua tensione interna, lì dove il concetto, cercando di contenere la totalità del reale, finisce per espellerla. La realtà eccede il sistema; la logica stessa si scopre esposta a ciò che non può risolvere. Da questa frattura si apre la possibilità di un pensiero che rinunci alla pretesa dell’onnicomprensione.
In questo spazio si colloca Nietzsche, figura centrale del secondo capitolo. La sua voce risuona come uno spartiacque: non vi è più garanzia ultima, non vi è più verità come rivelazione assoluta. Ciò che resta è il compito, più arduo ma anche più libero, di dare forma a un pensiero che sappia reggere l’assenza di fondamenti. Il pensare si fa allora esercizio della distanza, capacità di restare accanto alle cose senza possederle, e di lasciare che il senso emerga non come imposizione, ma come emergenza silenziosa.
Con lo storicismo tedesco — in particolare con Dilthey e Max Weber — si apre un nuovo modo di comprendere la conoscenza: non più universale e astratta, ma situata, storicamente radicata, culturalmente abitata. Ogni forma di sapere è figlia di un contesto, di una lingua, di una visione del mondo. La filosofia non può più parlare da un punto di vista neutro: deve assumere il peso della propria storicità, deve farsi responsabile delle condizioni da cui proviene.
Il cuore speculativo del libro si trova nel capitolo dedicato a Husserl, Heidegger e Gadamer. Qui si compie il vero passaggio dal soggetto al linguaggio. In Husserl, la coscienza si apre all’intenzionalità; in Heidegger, il linguaggio si rivela come la casa dell’essere; in Gadamer, la comprensione diventa dialogo. Non si tratta più di fondare, ma di abitare il senso, di entrare in relazione con un mondo che si dà solo attraverso l’incontro. Comprendere significa lasciarsi trasformare.
Questa linea prosegue anche nella filosofia analitica, letta da Cortella con intelligenza critica e apertura. Il primo Wittgenstein crede ancora in una struttura logica del linguaggio, ma il secondo riconosce che il senso nasce dall’uso, dalla pratica, dalla forma di vita. Il linguaggio diventa così luogo dell’umano, gesto quotidiano, tessuto condiviso. Non c’è verità fuori dalla relazione.
Infine, la teoria critica, con Adorno e Habermas, rilancia la ragione come possibilità fragile ma necessaria. Adorno oppone alla razionalità identitaria una dialettica che accoglie l’altro; Habermas ricolloca la ragione nella comunicazione, nella capacità di costruire insieme uno spazio normativo. In entrambi, si avverte un’esigenza spirituale profonda: la filosofia non come sapere autoreferenziale, ma come risposta alla ferita del mondo.
Il capitolo conclusivo mette a tema la possibilità di un incontro tra la filosofia continentale e quella analitica. Non si tratta di unificare, ma di far dialogare: accettare la pluralità come destino, e il linguaggio come spazio comune.
La filosofia contemporanea è un’opera che va oltre il discorso accademico: è un atto di responsabilità, un cammino nella crisi, una meditazione sul senso. Leggerla non significa apprendere, ma ascoltare. E forse anche ricordare che la filosofia, nel suo fondo più vivo, non è altro che una forma di cura: del pensiero, della parola, dell’essere.
