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Jerome S. Bruner: la vita come narrazione di sé

Jerome S. Bruner: la vita come narrazione di sé

Le scuole devono coltivare la propria capacità narrativa, svilupparla, smettere di darla per scontata.

J. S. Bruner

Jerome Bruner – psicologo statunitense che ha contribuito allo sviluppo della psicologia cognitiva e della psicologia culturale nel campo dell’educazione – è uno dei primi ad affermare la scelta della psicologia cognitiva, sostituendo alla visione comportamentista un nuovo approccio incentrato sui processi mentali che portano ad assorbire le informazioni. La domanda alla base di queste ricerche è elementare: come reagiamo alle informazioni? Ci vengono comunicate delle sensazioni, spesso espresse a parole – e quindi attraverso un linguaggio comune e comprensibile – e il nostro cervello le recepisce in un certo modo. Ovviamente non si parla solo di processi chimici o neuronali, ma anche di collegamenti emotivi e archivi di significati che devono essere interpretati secondo canoni più o meno comuni.

Jerome S. Bruner: la vita come narrazione di sé
Jerome S. Bruner – “Le avventure accadono a chi le sa raccontare.”

La comunicazione avviene, dal momento stesso dell’invenzione del linguaggio, attraverso la narrazione sequenziale degli eventi, reali o immaginari. La struttura narrativa è la stessa sia per situazioni fattuali sia per storie immaginarie: questo perché, secondo Bruner, tutti discendiamo dalla stessa tradizione orale, e quindi dalle stesse modalità pratiche di trasmissione.

L’autore si allontana dalle tesi dell’inconscio collettivo di Jung, rifiutando l’idea di un bagaglio collettivo comune a tutte le civiltà umane, per affermare che l’uomo ha una “attitudine o predisposizione a organizzare l’esperienza in forma narrativa, in strutture di intrecci”. Si parla quindi di una capacità comune, di un tratto connaturale dell’abilità cognitiva, che permette ad ogni singolo individuo di narrare nello stesso modo anche esperienze molto diverse tra loro. Secondo Ricoeur, che riprende un termine usato da Aristotele, la narrazione è mimesis, cioè imitazione della realtà. Nella Poetica Aristotele afferma che imitare significa “cogliere la vita in azione, elaborare e migliorare ciò che accade”; è una sorta di metafora della realtà che consente di imitare la vita. La vita stessa ha quindi una struttura narrativa, a volte talmente automatizzata nei nostri comportamenti che ci riesce difficile distaccarci per modificare la trama.

Bruner riprende più volte l’impostazione junghiana per analizzare la psicologia “popolare”, quella fatta di punti fermi e certezze, che troviamo inculcata nei valori della società: ci troviamo continuamente davanti a stereotipi (l’amico leale, il genitore affettuoso, la moglie fedele) che ci vengono insegnati sin dall’infanzia e che sono difficili da sradicare. Proprio per questo cerchiamo di categorizzare gli avvenimenti in una struttura narrativa, trovando dei collegamenti tra gli eventi che possano portare ad un senso complesso. Se una situazione non ha senso, cerchiamo di inserirla in una categoria per capirla, anche se questo significa tralasciare dettagli importanti.

In questo senso la vita è narrazione di sé: ogni singolo atto o azione che compiamo racconta una parte di noi; queste esperienze possono essere esposte seguendo il reale svolgimento delle situazioni, o essere rimaneggiati e inseriti in storie fantastiche. Non solo: Bruner stesso afferma che ancor prima del linguaggio i bambini sono in grado di effettuare una narrazione attraverso i gesti, di acquisire il linguaggio attraverso l’uso; devono capire dove, come e quando usare il gesto – con un’attitudine prelinguistica alla narrazione – e successivamente imparare a trasmettere l’intenzione a parole.

Il linguaggio è quindi “lo strumento più potente con cui noi organizziamo l’esperienza e costruiamo la realtà”; la narrazione è un atto linguistico, in particolare un racconto orale o scritto che si propone di guidare o invogliare l’ascoltatore a scegliere un significato dalla molteplicità di significati possibili. È proprio l’indeterminatezza di un testo che consente al lettore di interpretare le situazioni e di sentirsi coinvolto nella storia.

Bruner parla di “pensiero narrativo”, cioè uno specifico processo mentale per cui l’uomo pensa alla sua vita come un racconto, e riesce a riprodurre a parole questa storia in un certo ordine logico, dando un senso a quello che accade. Ognuno sente quindi la necessità di identificarsi e raccontarsi come soggetto dotato di logica, coscienza e intenzionalità, sente il bisogno di attribuire un senso e trasmetterlo agli altri. Non è solo una questione di strutture linguistiche e sintattiche, ma un intento attivo e in movimento che ci porta a voler ricercare, scoprire, creare. Il pensiero narrativo è quindi un elemento essenziale per costruire una cultura collettiva coesa, ma anche per organizzare la vita individuale in modo da proseguire in ogni momento la ricerca di sé attraverso le strutture linguistiche.

Tra l’altro, la narrazione consente all’uomo di identificarsi in un certo spazio e tempo, può identificare meglio i rapporti di causalità e consequenzialità. Le sue azioni sono quindi inquadrate in un’opera ad ampio respiro, una sorta di schema esteso che gli permette di capire i significati e renderli culturalmente riconosciuti o riconoscibili. Ovviamente è importante anche la ricevibilità della storia: non narriamo solamente per noi, anche se il flusso di pensieri ci aiuta a conoscere noi stessi e la nostra anima, ma narriamo in un contesto collettivo, vogliamo essere visti e riconosciuti dagli altri. Questo non significa che l’Altro sia la condizione necessaria perché la nostra esperienza sia valida, ma solamente che l’uomo è una creatura essenzialmente sociale. Questo aspetto acquista grande rilievo negli studi pedagogici di Bruner: il racconto conserva e veicola un sapere pratico che guida i comportamenti, e quindi la formazione di un’identità personale.

Jerome S. Bruner - La cultura dell'educazione
Jerome S. Bruner. La cultura dell’educazione.”

Narrare la propria vita significa raccontare il proprio punto di vista, i processi psicologici che ci portano a giudicare un evento o un accadimento sotto una certa luce; significa anche aprirsi alla ricerca del senso dell’altro, che attraverso la nostra esperienza potrà capire un aspetto della propria anima, rispecchiandosi nelle emozioni che abbiamo provato o al contrario capendo che non sono adatte per la sua esperienza. Narrare ci consente anche di esplorare esperienze individuali e collettive, questioni sociali che bisogna conoscere per integrarsi meglio o perché sono semplicemente curiosità comuni agli uomini; ci si trova davanti a situazioni anche difficili da superare, per cui si deve imparare o disimparare un certo modo di comportarsi.

In conclusione, non solo la narrazione consente di strutturare la propria vita, ma viceversa anche la vita stessa è narrazione di sé, conoscenza dei propri processi mentali e studio dei comportamenti per raggiungere un obiettivo o un altro; le nostre azioni hanno già una struttura narrativa, che ci permette di esprimere più facilmente la trama in un racconto orale o scritto e avvicinarci sempre di più alla conoscenza della nostra Anima.

Riferimenti bibliografici

J. S. Bruner, La cultura dell’educazione, Feltrinelli, Milano, 2015.

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